jueves, 12 de octubre de 2017

IL CAMMINO DELLA SPERANZA

Di sogni ne ho tanti nel cassetto, sotto il letto, dietro la porta, sul divano, dentro il frigo, appesi al soffitto. Vorrei pubblicare i miei scritti, tornare a lavorare, imparare una nuova lingua, diventare brava a ballare, vincere la paura di andare in bici, viaggiare, viaggiare e viaggiare…

…Ma c’e un sogno che alberga in me, da prima che io nascessi. Non è un sogno intimo né personale, al contrario credo e mi auguro sia un sogno collettivo. Il sogno che ogni volta urla con più forza dentro di me è “una Colombia in pace”. Per chi non conoce la storia della mia patria può sembrare banale e per chi la storia la conoce bene può sembrare utopico.

Scusate, io parlo e parlo e ancora non mi sono presentata. Piacere, sono la figlia di Marta la maestra, si proprio quella che dentro e fuori della scuola lavora sempre per aiutare i più bisognosi. Mio padre, invece, si chiamava Pedro e dico si chiamava perché sono orfana di padre, anzi, sono orfana di una guerra che da 50 anni flagella la Colombia. Pedro faceva il militare. Una mattina i miei fratelli e io lo abbiamo abbracciato per le gambe, nessuno di noi arrivava al metro d’altezza. Abbiamo pregato il babbo di non andare via. Lui promise a mia madre che quella sarebbe stata l’ultima missione, le comunica che vuole lasciare l’esercito per godersi la famiglia e perché  stanco di lottare per una guerra senza senso. Quello stesso giorno muore.

Io lavoro come mamma h24, ho due figli e insieme a mio marito siamo quello che chiamano coppia mista, anche se io preferisco il termine famiglia multi culturale.

Figurati che un giorno, mentre guardavo le olimpiadi con mia figlia, pensavo come questi giochi ti diano il senso di un mondo in fratellanza. Ma una volta finite le olimpiadi, il mondo torna a essere quel posto interessante, ma pieno di barriere tra i popoli. Io rimuginavo su queste cose mentre mia figlia, seguendo una gara di ciclismo, tifava per gli atleti delle sue due patrie. Lei ha tre anni e un modo tutto suo di vedere le cose. Quel giorno, dopo diverse medaglie vinte da entrambe le squadre, decidemmo che dovevamo festeggiare con una torta.

Qualche tempo dopo, il mondo si sveglia con due notizie straordinarie che riguardano ambe patrie dei miei figli. Da questo lato dell’oceano, la terra trema con furia nel centro Italia. La più grande preoccupazione di mia figlia è: “con che cosa giocheranno quei bimbi che hanno perso tutto?” Nel suo grande cuore incontra la soluzione.

Juanita - Ho una idea! Condividiamo i miei giocattoli con i bimbi che sono rimasti senza casa.

Io - Ottima idea!

Juanita corre nella sua stanza e prende il suo giocattolo preferito. Pensate la grandezza del gesto. Non ha scelto un giocattolo vecchio, rotto, senza batterie, né quello con cui non gioca mai, ma ha scelto il suo preferito per donarlo a bimbi che nemmeno conosce. In più lo pettina,  gli lava i denti e chiede una scatola con fiocco per inviare questo bel regalo ai bambini e renderli felici. Disegna dei pacchetti regalo su fogli di carta e li lancia dal balcone nella speranza che il vento li porti ai  bimbi che sono rimasti senza casa.

L’ atteggiamento di Juanita, mi fa pensare al potere di guarigione che hanno le parole: scritte, cantate o nel caso di mia figlia la parola disegnata. A tal proposito, evoco il Festival Internazionale di Poesia di Medellin, perchè all’epoca del narcotraffico, quando vigeva il divieto di frequentare certi posti o uscire a certe ore, gli organizzatori del festival, attraverso  i recital , hanno dato l’opportunità al popolo di riappropriasi delle loro piazze e godere delle loro città. Giuro che ogni parola di ogni poeta ha fatto per anni, risvegliare in me la speranza di pace.

La mattina del terremoto, nell’altro capo dell’oceano, dopo mezzo secolo di guerra viene firmato un accordo di pace tra gli esponenti delle Farc e il governo Colombiano. Il popolo è chiamato alle urne il 2 ottobre, per votare il referendum che convalida l’accordo.  Sebbene non tutti siano favorevoli all’accordo di pace, l’intero processo è stato sostenuto nel tempo, in maggioranza dalle vittime del conflitto. Nel mio vissuto ho imparato che le guerre lasciano solo miseria economica e morale. E poi, mia figlia con il suo grande cuore, mi ha insegnato che per risolvere i problemi prima si chiede scusa e poi il permesso. E’ proprio questo che vorrei. Che noi colombiani chiedessimo perdono per gli errori commessi e il permesso per scrivere una nuova storia.

Per me è importante che i miei figli conoscano la storia delle loro patrie, e per questo racconto loro perché vado a votare: 

“c’era una volta un paese chiamato Colombia, dove i contadini erano molto tristi perché  non avevano una terra sulla quale coltivare le patate, le cipolle, le…”

Juanita - Le carote!

“…le carote. I contadini hanno protestato per avere un pò di terra ma i governanti non li hanno ascoltati,non hanno parlato con loro, hanno solo cominciato a urlare. Anche i contadini arrabbiati hanno incominciato urlare e nessuno dei due interlocutori ascoltava le ragioni dell’altro per trovare insieme una soluzione. Poi sono arrivati i poliziotti, ma anche loro senza ascoltare hanno cominciato a urlare. Quindi sono arrivati degli imprenditori che hanno delle fabbriche per fare con le patate il purè e con le cipolle la zuppa e con le carote la torta…

…ma anche loro hanno urlato senza ascoltare e così tutti quelli che arrivavano urlavano senza ascoltare, invece di trovare una soluzione ogni volta si arrabbiavano di più, al punto da picchiarsi. Tutte queste persone hanno litigato per 50 anni…”

Juanita guarda in alto, prova a immaginare quanti anni sono 50, poi mi guarda e dice “ meglio se contiamo fino a otto”.

“…queste persone hanno litigato per otto anni, fin quando un giorno si sono seduti a dialogare per provare a trovare insieme una soluzione . Tutti hanno preparato qualcosa da mangiare e intorno al tavolo hanno discusso sulle possibili soluzioni. Prima hanno trovato la radice del problema, la mancanza di terra. Così il governo promise un pezzo di terra a ogni contadino purché coltivassero frutta e verdura, gli imprenditori avrebbero comprato dai contadini la frutta e la verdura per trasformarla in zuppe, pure, torte…i  poliziotti  avrebbero protetto tutti. L’accordo è stato messo per iscritto, affinché nessuno dimentichi gli impegni assunti per mantenere la pace.

Adesso tutti i colombiani possono votare, scrivendo in un pezzetto di carta “Si” se accettano questo accordo di pace, oppure “No” se pensano che ci sia un’altra soluzione. Poi mettono il pezzetto di carta scritto in una scatola attraverso un buco. Io scrivo “Si”.

Juanita si emoziona e con gli occhi pieni d’illusioni  mi dice:

Juanita: E io scrivo un “Si” gigante accanto al tuo per aiutare a fare la pace!

Purtroppo ha vinto il “NO” per un 1% di margine, ma a Juanita ho detto una dolce bugia e lei ha preparato una torta per festeggiare questa finta vittoria. Io invece ho quasi pianto nel vedere sfuggire questa occasione. 

Due giorni dopo, accade l’inaspettato. Il presidente della Repubblica Colombiana riceve il Premio Nobel per la Pace, in nome del popolo colombiano e delle vittime di guerra. Papa Francesco parla con quelli del “SI” per incoraggiarli a non lasciare la strada della pace e con quelli del “No” per invitarli a lasciare da parte l’orgoglio  e non ostacolare così l’accordo. Tutti si sono seduti di nuovo intorno ad un tavolo raggiungendo un nuovo accordo. 

Adesso la pace, con la sua riforma agraria, con la riparazione dei danni subiti per le vittime, l’inserimento nella società degli ex guerriglieri, con la fratellanza tra il popolo deve passare dalla carta alla vita di tutti i giorni. Oggi più che mai ho la certezza che il processo di pace sia un cammino possibile. Credo in una nuova storia scritta con il cuore e la sapienza dei bambini ed immagino mio padre che sorride da lassù.

     






jueves, 14 de septiembre de 2017

CARTA PARA EL CONSUL

Escribo la presente con la esperanza que la Embajada de Colombia en Italia, representada por el cònsul Beatriz Helena Calvo Villegas, tome cartas en un asunto que me llena de indignación.

Resulta que al regresar caminando del supermercado en compañía de mis hijos, veo en una vitrina un maniquí con un saco que dice “NARCOS”. Inicialmente pienso que me equivoqué al leer, tal vez dice MARCOS. Entonces me detengo incrédula de lo que ven mis ojos. El maniquí tiene un saco que dice “ NARCOS, PLATA O PLOMO”. Todo en la vitrina hace alusión al tema del narcotráfico.

Yo quedo sin respiro. Mis hijos aún no saben leer porque son pequeños, pero se dan cuenta que algo me disturba y se preocupan. Les explico que ese saco tiene una frase ofensiva y que no me gusta. Una vez en la casa le cuento a mi marido lo sucedido y él tímidamente dice “tal vez es por la serie de televisión Narcos”.

Tal vez se refiere a esa serie, pero yo no soy tan básica como para darle la culpa a la producción del programa. Pues si a eso vamos, el año pasado en un canal trasmitían Narcos, programa que da cuenta de la cultura mafiosa colombiana; y en otro Gomorra, una serie sobre la camorra que es una de las mafias italianas.  Sin embargo, yo ni he visto ni creo que esté permitido la venta de camisetas que digan “VIVA LA CAMORRA”.




Lo que me indigna es que la marca de ropa y accesorios que diseña y vende estas cosas, está haciendo apología al delito, está legitimando una cultura de ilegalidad y haciendo creer que es “figo” aquello de plata o plomo. 

Pues le cuento al dueño del almacén, que seguramente en buena fe y en modo honrado vende la ropa; le cuento a las señoras que atienden el negocio; le cuento al diseñador de esta linea de ropa; le cuento a la señora Cónsul y a quien le pueda interesar, que la cultura del narcotráfico no es una figada, no tiene nada de bacano lo que nos pasó en Colombia durante los años duros del narcotráfico ni son una nota las secuelas que dejó.




Yo era una niña, pero me acuerdo que en más de una ocasión llamamos a la policía para avisarles que había algún carro sospechoso parqueado desde hace rato en la calle que en esa época conectaba nuestro barrio con la autopista. Unas veces era un carro bomba y otras un muerto dentro del carro.

Recuerdo una generación de hijos de “buena familia” desaparecida, perdida, desperdiciada. Recuerdo la nube de humo de la bomba de La Macarena. Recuerdo defensores de derechos humanos y líderes políticos y comunitarios exterminados. Recuerdo periodistas callados a tiros. Recuerdo que la vida de un policía valía un yoyo y que nadie quería tener un CAI cerca a la casa. Recuerdo los toques de queda.

Recuerdo que creciendo conocí a otros hijos de familias pobres que viven en los barrios populares del otro lado del río. Sus familias ganaron mucha plata trabajando en las cocinas de los narcos. Pero a distancia de años una de esas jóvenes me dice “ eso no valió la pena, al final nos quedamos sin familia y sin plata. Yo me salvé  porque me escondí…de mi familia quedamos solo nosotros tres”.

Esto es solo la punta de lo que le pasó a Colombia cuando le estrechó la mano a la cultura mafiosa y se dejó corromper. Repito, no le doy culpa a la serie de televisión, es más, es un bien que la televisión, el cine y la literatura nos refresquen la memoria y den cuenta de los diversos fragmentos que componen nuestra historia llena de esperanzas y de dolores.  

Sin embargo, espero que no sea lícito poner de moda en las vitrinas de Italia o de cualquier otro lugar del mundo a los NARCOS. Y sobre todo espero que la Embajada de Colombia se pronuncie al respecto.












sábado, 10 de septiembre de 2016

CAMINO DE LA MANO DE LA ESPERANZA: A PROPÓSITO DE PAZ.



"Dedicado a mis hijos, deseándoles que vivan en un mundo mejor. Y a mis papás, dos héroes invisibles que arriesgaron la vida con la convicción de que ese mundo mejor es posible".    

Durante las Olimpiadas de Río, parece que es tiempo de paz entre los pueblos, tiempo de orgullo patrio, tiempo de festejar la grandeza de los atletas que nos representan, tiempo de unión de todas las naciones, tiempo sin fronteras ni físicas ni ideológicas. Mi hija sigue con pasión la participación de sus tres patrias: Italia, Colombia y Nueva Zelanda.Cada victoria la vive como una victoria personal y quiere fiesta con tanto de torta. 

Una vez terminadas las olimpiadas, la vida mundial vuelve a la normalidad, hasta que una mañana en dos de las patrias de mi hija, sucede algo extra ordinario. De un lado la tierra tiembla con furia y destruye parte del centro de Italia. En la televisión hacen un elenco de las ayudas urgentes necesarias, entre ellas pañales, ropas, comida no perecedera. Le pregunto a Juanita si está de acuerdo con regalarle a los niños damnificados del terremoto las ropas que a ella le quedan pequeñas. Así sepa la respuesta, le pido el permiso, porque para ella una de las normas de convivencia mas importante dentro y fuera de la casa es “pedir permiso antes de coger algo que no es nuestro”. 

Ella con una sonrisa me dice que si y me ayuda a seleccionar y organizar en una caja ropa en buen estado para donarla a través de la Protección Civil. Pero como a sus 3 años está llena de inquietudes, al improviso se pone pensativa y deja de sonreír. 

Juanita - Mamá, pero si esos niños con el terremoto han perdido todo, con qué cosa van a jugar?   

Entonces la grandeza de su corazón le ilumina los ojos y aparece de nuevo dibujada en su cara esa hermosa sonrisa que la caracteriza. 

Juanita - Ya sé, tengo una idea! Por que no compartimos mis juguetes con esos niños a los que se les cayó la casa?

Yo - Es una óptima idea!

Mientras le explica al hermano de 7 meses que él también debe  compartir sus cosas, corre a coger sus juguetes preferidos. Miren aquí la belleza del gesto, porque una cosa es compartir un juguete cualquiera, ese que no uso o que ya no me gusta o al que se le acabaron las baterías; y otra cosa es elegir el juguete que mas te gusta y darlo a alguien que ni conoce por la simple razón de hacerlo feliz. 

Ella peina y le lava los dientes al señor Dinosaurio, al Pato y a la cachorra Lili. A ésta última le pone una cinta, por que “debe quedar tan bonita como una esposa”. Luego me pide una caja grande y un moño para poder meter dentro el regalo.





llena de orgullo le sonrío y le prometo que en la tarde le traeré la caja. Entonces ella sin perder tiempo me pregunta en qué dirección están los pueblos en los que se cayeron todas las casas. Con la mano le señalo la derecha y le digo “hacia Roma”, pues desde mi balcón tengo Nápoles a la izquierda y Roma  la derecha. Entonces Juanita coge algunas hojas y en ellas dibuja cajas de regalo y moños y me pide que los recorte. Una vez recortados, sale al balcón y los va tirando uno a uno en la dirección indicada.

Juanita - Mamá, así el viento le lleva todos estos regalos a los niños a los que se les cayó la casa y quedaron sin nada, y ellos van a estar muy contentos!  


Entonces pienso en la importancia de los actos simbólicos, en su poder sanador. Pienso en mi amigo el poeta y en los demás colaboradores del Festival Internacional de Poesía de Medellín, que en sus origines con la excusa de los recitales, le fue devolviendo a la ciudad sus plazas publicas y a los ciudadanos el poder disfrutarlas, incluso en los sitios donde legal o ilegalmente regia el toque de queda. Estamos hablando de la época del narcotráfico y las bombas.

Pienso en los conciertos que el cantante Juanes organizó con sus amigos en Colombia, Cuba y Venezuela en nombre de la paz y la hermandad de los pueblos. Entonces caigo en cuenta que se trata de la palabra cantada, recitada o en el caso de mi hija, en la palabra dibujada que se traduce en amor. Es como si la palabra pudiera ser sanadora y salvadora.

Es precisamente la palabra hablada y escrita la protagonista del otro hecho extra ordinario de esa mañana en la que tembló la tierra. En la otra patria de Juanita, después de más de 50 años de guerra, finalmente gobierno y guerrilla no sólo han dialogado, sino que han firmado un histórico acuerdo de paz. Dicho acuerdo debe ser convalidado por los colombianos a través del referendo que votaremos el 2 de octubre.   

Algunos están en desacuerdo con este proceso de paz por razones respetables pero no compartidas por quien hoy les escribe. Sin embargo no entrare en el detalle de los argumentos.  Otros (incluyendo la mayoría de víctimas de la guerra) en cambio lo apoyamos, convencidos o al menos convencida yo, de que 50 años de bala no han servido a nada. Además me ha enseñado mi hija con su gran corazón y su inmensa sabiduría a solucionar los problemas en el siguiente modo: “primero hay que pedir perdón y después hay que pedir permiso”.

Para mi éste es el único camino para que Colombia salga adelante, pedirnos perdón por los errores cometidos y pedirnos permiso para escribir una nueva historia. Y visto que confío en un mejor futuro para mis hijos y para los demás hijos de la gran Colombia yo daré mi SI en las urnas. Esto me implica viajar en tren a Roma, sola con Juanita que tiene 3 años y Miguel que tiene 7.  Por este motivo (el viaje a Roma a votar) y por que pienso que es importante que mis hijos conozcan la historia de lo que ha pasado en sus patrias, ambas hermosas y paradisiacas, pero marcadas por capítulos dolorosos, es que decido contarles esta historia a mis chiquitines:

“Había una vez un país llamado Colombia. En este país habían unos campesinos que estaban tristes por que no tenían tierra para cultivar las papas, las cebollas, las…”

Juanita - las zanahorias.

“…las zanahorias, los aguacates. Estos campesinos comenzaron a protestar para que les dieran algo de tierra. Pero cuando llegaron las personas que gobernaban Colombia, como el presidente o los alcaldes, no escucharon ni hablaron, sino que se pusieron a gritar. Entonces los campesinos se enojaron y también se pusieron a gritar y no se escuchaban para encontrar juntos una solución. Luego llegaron los policías y tampoco hablaron ni escucharon, sino que gritaron. Después llegaron unos señores importantes que tienen fabricas donde trasforman las papas en puré, las cebollas en sopa de cebolla, las zanahorias en torta…

…pero estos señores también se pusieron a gritar. Todo el que llegaba en vez de hablar y escuchar se ponía a gritar, entonces todos gritaban, los campesinos,los policías, los gobernantes, pero como no se escuchaban no podían encontrar una solución, sino que cada vez se enojaban más y hasta comenzaron a pegarse puños. Y pelearon durante 50 años. 50 años es mucho tiempo!”

Juanita mira hacia arriba tratando de imaginar cuantos años son 50. Luego vuelve la mirada hacia mi y me dice “mejor contemos hasta ocho”.

“Entonces estas personas pelearon durante 8 años, gritando y pegándose. Hasta que un día pasó algo maravilloso. estas personas decidieron sentarse a conversar a ver si juntas encontraban una solución. Los policías prepararon unos buñuelos, los presidentes y alcaldes prepararon unas empanadas, los campesinos prepararon unas arenas con mantequilla y quesito y los señores de las fabricas prepararon el café y todos compartieron con todos y se sentaron a comer a tomar café y a conversar hasta encontrar una solución. 

Los del gobierno preguntaron que por qué era que habían comenzado esta pelea y los campesinos les explicaron que era por que ellos no tenían tierra para cultivar. Entonces todos comenzaron a tener ideas para solucionar el problema. Primero se pidieron perdón y luego decidieron darle un cuadrado de tierra a cada campesino. Pero todos se tenían que comprometer a algo. Los campesinos a cultivar las tierra con las papas, las cebollas, las zanahorias. Los policías y los gobernantes a cuidar y ayudar a todas las personas y no volverles a gritar ni a pegar. Los de las fabricas a comprar las papas de los campesinos para convertirlas en puré y las cebollas en sopa. y así todos iban a ayudar a todos. 

Pero por si a alguien se le olvidaba a lo que se comprometió, decidieron escribirlo. Entonces si por ejemplo a un campesino se le olvida a que se comprometió, puede leer y recordarse que su compromiso es sembrar papas. O si se le olvida a un policía, puede leer y recordarse que su compromiso es cuidar a las personas. Y todos firmaron eso que escribieron. Saben cómo se llama ese compromiso que escribieron?”

Juanita intrigada responde que no.

“Este acuerdo que escribieron se llama El Acuerdo de Paz”

Juanita y Miguel sonríen.

“Pero para que este acuerdo de paz sea valido, los colombianos debemos ir a votar. Votar es una cajita de cartón con un hueco. En un pedazo de papel escribimos si o no y lo metemos en la cajita. Para poder votar Miguel, Juanita y la mamá vamos a ir a Roma en tren.”

Juanita- Cómo se llama el tren en el que vanos a ir a Roma? 

Yo le digo que vamos a ir en el tren Tomas, que es un dibujo animado, que hace parte de otra historia que con mi hija nos inventamos y cuenta su primer viaje en Colombia

Juanita - Miguel, has sentido, vamos a ir a Roma en el tren Tomas!

Miguel sonríe.

“Cada persona que va a votar puede escribir  Sí, si está de acuerdo con la paz o No si piensa que es otra la solución del problema. Yo voy a escribir en mi papel si”

Juanita se para de un brinco emocionada y con sus ojos llenos de brillo me dice:

Juanita - Y yo escribo un SI gigante al lado del tuyo para que se haga la paz. Y tu Miguel, cuando crezcas otro poquito también vas a poder escribir Si. Y el papá cuando regrese del trabajo también debe escribir SI.  

Ojalá nosotros y las generaciones futuras le apostemos a un Si de inclusión, de respeto, de dialogo, de construcción colectiva, de paz. Un SI donde la sabiduría y el corazón de los niños vengan escuchados.











jueves, 30 de junio de 2016

LE COSE CHE NESUNO MI HA MAI DETTO.


Quando ho annunciato al mondo di essere per la prima volta in cinta, ho ricevuto tanti consigli: 

-Mentre fumano l’ennesima sigaretta, un grupo di signore mi dicono di non mangiare  la lattuga, per non contrarre la toxoplasmosi. Care signore, forse è il caso di spegnere la sigaretta, così il mio bimbo ed io non sviluppiamo il cancro.

-Una dottoressa mi chiede visto che sono in cinta, di lavare la verdura prima di mangiarla.   Va…forse si pensava che prima di essere in cinta mi mangiavo la verdura ancora con la terra.

-Al ristorante vengo rimproverata per il menù che ho scelto. Non ti mangiare il pesce né i frutti di mare né quello né questo altro… Grazie per esserti preoccupato, ma in realtà fa più male la Coca Cola che hai in mano che questo delizioso pesce. 

-Spesso mi hanno quasi imposto di mangiare questo e quel’ altro “così non rimani con la voglia”. So che è un modo per coccolarmi, ma credetemi che non mi va di mangiare fino a schiattare.

-Le donne più anziane mi hanno vietato di pasare sopra il filo della aspirapolvere o qualunque altro filo per evitare che il cordone ombelicale gire intorno al collo del bambino.  In più non posso alzarmi, abbassarmi, camminare con i tacchi, guidare, andare in bici, nuotare nel mare…

Ma quello che nessuno mi ha mai detto e che secondo me è l’ unico consiglio veramente utile per le donne che vogliono diventare mamme è: “dormi tanto adesso, perché dopo non dormirai mai più”. 

E’ incredibile come le nausee, i calci dentro la pancia, i possibili nomi del bebè, i piedi gonfi, immaginare il viso di tuo figlio,  la pancia che cresce e rende difficile i tuoi movimenti e il desiderio sessuale ti posano togliere il sogno.

Quando nascono, non vuoi perderti un solo secondo della sua piccola vita e vorresti restare a guardarlo sempre. A un certo punto la stanchezza ti obliga a dormire, ma quando chiudi gli occhi l’ udito si svela iper sensibile. E’ come se un micro chip nel tuo orecchio si collegasse con il bebè, in modo che il tuo cerebelo si sature d’ informazione e non possa riposare  

Al inizio dormono insieme a te, per praticità  nel allattamento notturno. Questo implica svegliasse diverse volte, specialmente quando l’ apetito è vorace e quando i bimbi soffrono di coliche, quindi piangono loro e vorresti piangere anche tu. 

Poi arriva il giorno tanto desiderato in cui il bebè si trasferisce nella sua stanza e tu ingenua credi che entrambi dormiranno alla grande. La realtà è che lui sa che lo vuoi lasciare da solo, quindi, apena lo metti
 nella gula piange. Tu lo prendi di nuovo in braccio, lo coccoli, le canti la nanna e camini per tutta la stanza, perché se ti fermi lui piange. Quelli 5 chili che provi a fare addormentare cominciano a pesare 10 quintali. A un certo punto, quando non senti più le tue brace, il bebè si rilassa, suspira e si addormenta. Tu piano piano e con delicatezza lo rimetti nella gula, ti fai la cruce, preghi al celo che non si svegli ed esci in punta di piedi della stanza, ma quando sei sotto la porta il bambino di nuovo piange. 

La mattina dopo ti svegli presto a corri in bagno perché è l’unica opportunità di stare sola e tranquila, ma quando sta per uscire la prima goccia di pipi, il micro chip si attiva e lui ti chiama. Si attiva questo micro chip quando apri l’acqua della doccia, quando ti stai depilando le gambe, quando volete fare l’amore, quando a pranzo stai per mettere il primo cucchiaio in boca. A un certo punto ti arrendi e fai la pipi con loro attaccati al tuo seno, posponi la doccia per la mezza notte, rimetti la tua gonna preferita nel armadio, provi a fare pace con le tue ormone arrabbiate e mangi speso piatti freddi.   

In tanto ti chiedi se un giorno tuo figlio ti sarà riconoscente per le notte in bianco, le celle sudate, le gambe pelose, la dieta fredda…o per il contrario, ti darà la colpa di tutti i suoi futuri traumi. 

Un altra cosa di cui nessuno ti parla è del shock fisico post parto. Per che a dire la verità, diventare mamma vuoi dire confrontarti con i cambiamenti del tuo corpo. Per fortuna, nel mio caso, durante la gravidanza ho continuato a sentirme bella e desiderata, ma non per tutte i chili in più e la rotondità  sono sinonimo di sensualità. In più, dopo il parto si fanno i conti con lo specchio che ti fa vedere una pancia sgonfia, un seno gonfio, magari qualche smagliatura qua e là e nel caso di essere sottomessa a un cesareo sarai marcata con una cicatrice propio lì, dove comincia il paradiso.

In tante mi hanno detto che queste cicatrice non si notano dopo, che è piccola e sottile . Per me, che ho problemi di cicatrizzazione è stato un trauma forte svegliarne con una salsiccia  sulla mia patata. Questo segno mi ha tolto un pezzo di sensualità. Non è l’unica cicatrice che ho, ma è l’unica con la quale ho un cattivo rapporto. 

Volemmo anche parlare dei panni? Non sei più pancia piatta ne pancia rotonda, i panni della gravidanza sono grandi, ma quelli che indossavi prima sono piccoli. Le mutante per il parto che continui a usare durante i primi 40 giorni di sanguinato continuo, sembrano mutante di elefante. Le panciere quelle di arrotolare o quelle a mutante si notano soto i pani. I reggiseni per allattare hanno un stilo così retro come quelle che usaba la mia bisnonna. In poche parole, se già prima eri di quelle che nell’armadio non trovano mai cosa mettere, adesso force è il momento giusto di far parte di una comunità nudista. Oltre menti puoi scegliere le tutte tanto comode, anche se ti danno un aria un po anonima.  Così con lo armadio litighi soltanto quando devi attendere delle visite.

Per che dii sicuro parenti e amici vengono  a trovarte per conoscere il tuo piccolo e tu vuoi far trovare la casa ordinata e pulita, i bambini ben vestiti, pettinati e sorridenti e tu vuoi stare lavata, truccata e stirata, senza i segni della stanchezza. Ma nel mondo reale apena suonano alla porta il piccolo o fa una cacca di quelle che meritano un bagno in lavatrice o ti vomita a doso o piange spaventato per il rumore del campanello. Se hai altri bimbi a casa, loro si fanno carico di mangiare qualcosa che lascia molliche per terra, di tirare fuori tutti i giocattoli, persino quelli con cui non giocano mai ed è possibile che propio quando arrivano gli ospiti i bimbi decidano di fare qualche capriccio, dimenticando i buoni modi che hai insegnato. In quanto a noi mamme, la macchia di vomito sulla maglietta, il moco  che qualcuno dei nostri figli si ha pulito nel nostro pantalone, il braccio unto di cacca, la sua pappa nella nostra testa e la gota di sudore sulla fronte fano parte del nostro look.   

Al improvisto, un giorno ti riprendi e persino ti dimentichi dei dolori del parto, delle notte in bianco, dei pasti freddi, del vomito e la poppo, delle gambe pelose e le docce in concluse. Dimentichi anche che la favola della famiglia sempre serena e sorridente, sempre ordinata ed educata e solo una favola e quindi decidi di aggiungere un nuovo membro e fai un altro figlio.


E come se non ci fosti già cascata, immagini padre e madre sorridenti, dandosi una mano nella crianza dei bimbi. Immaginiamo tutte noi ai nostri compagni participando nelle faccende della casa, cambiando pannolini e giocando alegremente con i piccoli. E questo può darsi  che accada, e solo che un giorno loro tornano al lavoro mentre tu resti a casa da sola con i piccoli.

Credetemi che mentre il padre è a casa i vostri bimbi sembrano degli angioletti, ma apena vostro marito chiude la porta di casa alle sue spalle, i fratellini si trasformano nei diavoleti  dispettosi, si ammalano  o si fanno male. A me per esempio, me occorrono cose come questa:

Ho apena cambiato il letto. La figlia più grande ha finito di fare il bagno e mentre la aiuto a vestirsi, il fratellino si sveglia e comincia a piangere. Pur tropo deve aspettare qualche secondo mentre finisco di vestire la sorella. Lei si siede sopra il letto e mi fa compagnia mentre provo a calmare Il più piccolo che piange della fame ed è così arrabbiato che non riesce ad atacarse bene al seno. Quando finalmente si tranquiliza e comincia a mangiare, lei che è più grande ma che comunque è piccola, mi dice:

-mamma, non mi sento bene, devo vomitare. 

Entrambi ci alziamo. Io lentamente perché tengo il bebe attaccato al seno. Lei veloce, ma non fa in tempo di scendere e vomita come un vulcano sul letto che ho apena cambiato. E quindi comincia a piangere perché si sente in colpa per avere sporcato, si sente a disaggio così sporca di vomito della testa ai piedi e piange anche perché non si sente bene. Io la accarezzo e li dico che non fa niente che si sia sporcato tutto. Piange anche il bebe spaventato per il pianto della sorella. La abbraccio con una mano e la invito ad andare in bagno para lavarla e cambiarla. Lei piange perché vuole essere portata in braccio. Lui piange ancora spaventato. Prendo ogni uno con un braccio, pregando che non cadono e che non si apra la cicatrice della cesarea ancora fresca. Mi siedo in un sgabello che ho in bagno, accarezzo l’uno ed accarezzo l’altro. provo a tranquillizzare entrambi. Ataco di nuovo il bebe al seno e con una sola mano spoglio, lavo, seco e visto mia figlia.  Una volta tutti calmi e sistemati, ricomincia il lavoro: cambiare il letto,  lavare panni e lenzuoli, per terra e anche il bagno, perché è tutto sporco di vomito.

In somma, a volte loro piangono al unisono e un po anche tu. E la sera quando vostro marito torna a casa lamentandosi per che è stanco e ti chiede come mai tu non sei pronta per uscire con gli amici, farai un grande sforzo per non inviarlo a quel…

… quel giorno in cui avete sentito il cuore del bebe per prima volta, quella emozione unica; quel giorno in cui avete promesso di protegerlo e aiutarlo a crescere, ed amarlo infinita e incondizionatamente. Quel giorno in cui ti chiedi per prima volta se quel puntino nella ecografia da grande saprà apprezzare i tuoi sforzi. E quando non ti lo aspetti, al improvviso arriva la risposta: il tuo bebe dice per prima volta “papa” mentre tua figlia canta allegramente “mamma, sei un super eroe per che aiuti sempre i piccoli, mamma sei la migliore”.   

Hanna Lucida


          



  






martes, 1 de marzo de 2016

LA HISTORIA ES REDONDA

Estoy redonda como las bolitas que cuelgan del árbol de navidad. Dentro de mi crece una vida que se llama Miguel como el arcángel. La hermanita de Miguel dice que el bebé  que vive en mi barriga es un niño especial, así como el niño Dios. 

Hablando del niño Dios y de los rituales que se practican en el mes de diciembre para honorar su historia, se abre en Italia un debate sobre si hacer o no el recital de navidad en las escuelas, si poner o no el árbol o el pesebre para evitar ofender a la comunidad musulmana. 

A mi me parece una discusión obsoleta e innecesaria, pero visto que se ha armado un drama de grandes dimensiones y personajes de las más altas esferas de la sociedad  han tomado partido y han expresado sus puntos de vista, pues yo también digo lo que pienso al respecto.

En primer lugar, no han sido los musulmanes ni los hebreos ni los budistas ni ninguno que pertenezca a una religión diferente a la católica quienes han pedido la eliminación de los símbolos natalicios. Y en caso que cualquiera de estas comunidades hubieran pedido explícitamente de cancelar del calendario las usanzas católicas, la respuesta mejor no es la pelea vulgar del talk show donde los políticos nos descrestan con su ignorancia y su comportamiento grotesco. 

Tal vez abrir un espacio ciudadano de encuentro de mezcla y aprendizaje de culturas con sus rituales y festividades sería un mejor regalo para nuestros niños en navidad, un regalo para toda la vida. Tal vez integración también significa que el musulmán pueda cantar un villancico  y un budista vivir la experiencia del hanukkah o que un cristiano pueda conocer los motivos por los cuales los musulmanes no festejan la navidad. 

Integración no es dividir la escuela entre nacionales y extranjeros, católicos y ateos, oriente y occidente. Integración significa que la escuela puede ser un espacio de aprendizaje, puede ser un espacio de reflexión, puede ser un territorio neutro donde prevalga el respeto por las igualdades y sobre todo por las diferencias. Donde nuestros niños convivan con menos prejuicios y más ganas de conocer.

Ustedes dirán que es lógico lo que digo y que no es una receta innovadora, pero al parecer algunos políticos no piensan lo mismos y han comenzado a echar pullas sobre los inmigrantes que no son bien vistos ni bienvenidos, porque representan un peligro para la nación, porque es mejor si se quedan en su casa y que no vengan a darnos fastidio, porque el pesebre es tan italiano como la pizza…

Aquí llegamos al punto clave, el pesebre. Pues el pesebre no es sólo el establo o pesebrera donde nació el niño Jesús, sino que es el símbolo de una historia que se repite. Los personajes principales del pesebre son medio orientales, es decir, de las tierras donde hoy se profesa el islam. María y José por su parte, 
son refugiados que huyen de su pueblo para salvar sus vidas y asegurar el futuro de su hijo, así como lo hacen los clandestinos que después de atravesar desiertos y mares, llegan en barca a Europa.  

Una Europa mayormente católica con el papado en el patio de la casa, pero temerosa, indolente y poco preparada para acoger a quien busca refugio. 

Desconfiar del desconocido que llega a nuestra casa es normal, porque lógico que no todos los que desembarcan son San Josés y Vírgenes Marías, no todos están libres de culpas, pero la gran mayoría son sobre vivientes de las guerras, las persecuciones y la miseria. En el caso de las mujeres, la gran mayoría viajan embarazadas o con niños, que no siempre encuentran reparo como el Jesús del pesebre y terminan tragados por el mar.

Llega marzo y con él la primavera y nuevos náufragos. Por fortuna existen los lampedusanos. Porque los habitantes de la isla de Lampedusa en el extremo sur de Italia, desde hace años con o sin "crisis refugiados” salvan, acogen y ayudan  sin lamentarse, sin miedos, sin prejuicios  y sin entrar en conflictos culturales a los náufragos musulmanes, católicos o de cualquier credo que encuentran en sus aguas. 

No en vano el documental italiano Fuocoammare de Gianfranco Rosi, que cuenta la dinámica solidaria de Lampedusa y la relación con los inmigrantes que llegan a sus costas en barca, ha ganado el Oso de Oro en la 66° edición del Festival de Berlin.  No en vano, cuando se le pregunta a los lampedusanos por qué salvan y acogen a todas estas personas, la única respuesta posible es “por que somos un pueblo de pescadores y los pescadores recogemos todo lo que nos trae el mar”.

Mientras escribo estas últimas palabras, siento a Mercedes Sosa que canta “solo le pido a dios que la guerra no me sea indiferente, es un monstruo grande y pisa fuerte toda la pobre inocencia de la gente (…) solo le pido a dios que el futuro no me sea indiferente, desahuciado esta el que tiene que marchar a vivir una cultura diferente”.
  


lunes, 21 de diciembre de 2015

DEFINICIONES

Lluvia de palabras y de sentidos mojan nuestra casa. Estas son algunas de las definiciones que mi hija de 2 años y medio da a las nuevas palabras que ha aprendido.



Silencio:

La abuelita Maddalena y yo estamos conversando. Juanita trae un libro de cuentos con la intensión de contarnos la historia. Pero antes de comenzar con el relato nos regaña:

J- Deben estar en silencia, no pueden hablar. ustedes están hablando y si no hacen silencio yo no les leo la historia. 

Se sienta de frente a nosotras y suspirando para no perder la paciencia dice:

J- Les voy a explicar qué significa estar en silencio.

Se pone el dedo índice delante de la boca y continua:

J - Hacer silencio es cuando uno hace así: sssshhhh!!! Y todos deben estar en silencio y escuchar eso que digo yo. Luego cuando haya terminado, pueden hablar y yo escucho. 


Fantasma:

Se dirige a su habitación, pero cuando llega a la mitad del corredor decide regresar corriendo a la sala y me dice:

J - Mamá, hay una bruja en el corredor!!!

Yo - Ven, te acompaño y me muestras lo que viste.

De la mano recorremos el corredor. Sentimos un sonido proveniente del apartamento de arriba. 

J- Oh no, es la bruja!

Yo: No, ese ruido es de la aspiradora de la señora del apartamento de arriba. Las brujas no existen. Las que muestran en los muñequitos de la televisión son de mentiras, se disfrazan así para hacernos una broma. 

La abrazo.

Yo: Tranquila, las brujas no existen. Además el papá y la mamá siempre te van a cuidar. 

Al día siguiente un nuevo ruido la asusta y de nuevo viene corriendo a la sala, donde estamos el papá y yo. 

J - He sentido un ruido miedoso, es un fantasma!!!

Papá - Que cosa es un fantasma?

J- Un fantasma es un animal muy miedoso que NO EXISTE, pero que es muy miedoso.


Nocturnos:

Estamos jugando a cocinar. Los ingredientes que mezclamos dentro de una caja son todos los juguetes pequeños, laminas, bolas, figuras geométricas y demás que encuentra por la casa. Entre las laminas que encuentra, hay varias de cachorros de animales, las cuales mete de a parte.

J - Debemos poner estos animales nocturnos aquí, para calentarlos y luego los metemos en la caja. 

Yo - Juanita, me explicas que son los animales nocturnos, por favor.

J- Son animales que salen por la noche y nos comen al papá a la mamá y a mi.


Sordos:

Estoy lavando los platos mientras mi hija está organizando una fiesta imaginaria con amigos imaginarios.  La abuela le dice que llamen por el celular a los amigos que deben venir a la fiesta, pero mi hija le explica que no es posible, “no nos pueden sentir, son sordos”, le dice. Luego hace un largo discurso sobre los niños sordos. Cuando termino de lavar los platos me acerco a ella y le pido que me explique qué significa “los niños sordos”.

J- Es por ejemplo cuando los niños me quitan los juguetes y yo les digo que no se hace, pero ellos me los vuelven a quitar, por que no escuchan. Yo les explico que se pide permiso antes de coger una cosa que no es de ellos, pero no entienden, porque son sordos. Les debemos explicar que primero me deben pedir perdón y luego me deben decir por favor y gracias.


Astronautas:

Estamos viendo en la televisión la publicidad de una marca de café en la cual San Pedro y otro señor encuentran una nave espacial con una maquina de café dentro. Luego entran en escena 2 astronautas que buscan la nave que se les perdió. 

Juanita- Quién es el señor con la barba blanca?

Yo- Es San Pedro.

Juanita - Ah si, San Pedro y San Carlos.

Refiriéndose  al señor  que está con San Pedro. Cuando aparecen los astronautas se emociona.

Juanita - Mira, los astronautas!

Yo - Astronautas?

Juanita - Si. Los astronautas son señores y señoras que viajan por las estrellas, la luna, el sol y la lluvia.


Lluvia de palabras y de sentidos mojan nuestra casa y no tenemos intensiones de escondernos debajo de las sombrillas. 

viernes, 16 de octubre de 2015

LA HISTORIA DE JUANITA




Ella se presenta como una invocación en mis sueños, con sus rizos dorados, caminando de la mano del padre. 

Yo: He soñado con nuestra hija.
El: Nosotros no tenemos una hija.
Yo: Pero la tendremos.

Llega la primavera y con ella un retardo en mi ciclo. Estamos restructurando casa, ambos trabajamos duramente para alcanzar a terminar antes de la llegada del verano. Esa mañana me levanto con un ansia que me genera una verborrea infinita, así que comienzo desde las primeras horas del día y hasta la caída del sol a girar al rededor de mi marido con el siguiente monologo: 

“Aún no me ha llegado…ya pasaron 5 días.
Que vamos a hacer?
Es que tal vez estoy en embarazo…y si no, entonces qué será?
Estaré enferma?
Tendré un problema en los ovarios?
Tenemos que conseguir una cita con el ginecólogo.
Y si estoy embarazada que hacemos?
Ambos estamos sin trabajo…O a ti te hace ilusión la legada de un bebé?
No me siento tan preparada que digamos para ser mamá.
O será el cambio de clima? Esta es una posibilidad, el cambio de estación. 
Pero no, tantos días de retardo es embarazo…”

Mi esposo sentado en el piso del corredor, me escucha por horas sin decir una palabra y sin perder la concentración en el cambio de entubación que está haciendo.  Hacia medio día me dice concentrado siempre en los tubos “llama a tu mamá y dile que se prepare para venir”.

“Yo no la puedo llamar hasta no estar segura que estamos embarazados, porque podría estar enferma y no embarazada, podría tener un desorden hormonal o…
Pero si estamos embarazados, claro que tiene que venir, porque yo espero que tu entres conmigo en la sala parto, pero si no te la sientes, si te sientes mal o si cualquier cosa te impide acompañarme, quiero poder apretarle la mano a mi mamá mientras grito de dolor y te maldigo por haberme embarazado…
Bueno mejor no hacernos ilusiones, porque aun no sabemos…
Te imaginas un Marcellino o una Anina corriendo por la casa?
Que nombre le ponemos a este hijo hipotético? 
Recuerda que debe llevar los dos apellidos, si no no lo tengo.
Y si estoy enferma, eso si que seria un problema. 
Tal vez no sea embarazo, nosotros nos hemos cuidado…pero y si sí?”

Y así, entre preguntas que me respondo yo misma llega un nuevo día.  Salgo del baño, encuentro a mi esposo sentado en el corredor comenzando a pasar los cables de la luz. Se detiene un minuto y con dulzura me mira y me sonríe.

Yo: Siento mucho si te ilusioné con el hijo hipotético. me acaba de llegar la menstruación.
El: Quiere decir que Juanita llegará en el próximo tren.

De aquel día pasan 3 años en los cuales el tema del hijo hipotético no se vuelve a tocar. Llegan nuevas primaveras y nuevas navidades con ciclos menstruales regulares. Los amigos de mi esposo nos invitan a celebrar el fin de año en un restaurante, pero Marcello está con fiebre y malestar general, así que decidimos que es mejor quedarnos en la casa. Pese al malestar de Marcello, logramos preparar una cena casi romántica y totalmente intima. Las doce uvas de los deseos de media noche no pueden faltar. Ninguno sabe lo que va a pedir el otro, pero con la primera uva decimos al unísono “!quiero tener un hijo!”.

Digamos que durante la primavera ha pasado de todo, ha sido una primavera algo gris y para colmo de males, poco antes del inicio del verano nos informan que no nos renuevan el contrato en el kiosco en el mar donde hemos trabajado los últimos dos años. Ay carajo, y ahora que se hace??? Está muy tarde para comenzar a buscar otro trabajo, la gente contrata en primavera los servicios para el verano. No me pregunten cómo, cuándo ni por qué, pero me improviso camarera en un restaurante. Trato de hacer mi trabajo lo mejor posible así sea una novata en este campo. 

En medio al trajín de los últimos meses, una mañana una duda me despierta.

Yo: Vos sabes si ya me vino?
El: Si no lo sabes tu.
Yo: No me acuerdo si aun me debe venir o si ya se me fue.
El: Estas embarazada?
Yo: No sé.
El: Compremos un test.
Yo: Pero no aquí, en la farmacia de otro pueblo. Si alguien nos ve comprando el test, se riega la voz de que estoy embarazada y a lo mejor no lo estoy.
El: Ok, compramos el test en otro pueblo.

Con el test en mano nos encerramos en el baño. Con un fuerte abrazo y algunas lágrimas, celebramos el resultado positivo. Desde entonces 2 canciones acompañan el desarrollo de la vida que crece dentro de mi: 
-Guantanamera, que por esos días anda de moda en Italia gracias a un remix del cantante Zucchero,  pero que los italianos la cantan diciendo “mangia la mela, Juanita mangia la meeelaaaa”, es decir Juanita come la manzana.
-Buenos días amiguitos como están? Muy bien! Es este un saludo de amistad (…), que yo cada mañana se la canto a mi bebe en versión personalizada: “buenos días Juanita cómo estás?” 

Mi familia, que está muy lejos de aquí, al recibir la noticia explota de alegría: gritos, risas, lágrimas y abrazos, todo al mismo tiempo. 

Yo continúo a trabajar, pese a lo duro que es a veces. Por fortuna mis jefes y mis colegas me ayudan con lo que pueden. Para compensar el cansancio del trabajo y el agite cotidiano, practico meditación 10 minutos al día. Ella se presenta de nuevo como una premonición.   

La veo de frente a mi, sentada con el padre en una barca de madera en medio a un grande lago. No tienen remos, pero están en el centro del lago, como en una situación inconclusa. Miro detrás de mi y veo que al rededor de una hoguera están reunidos algunos monjes tibetanos con sus túnicas naranjadas, algunos indígenas colombianos con sus bastones de mando y sus trajes típicos, algunas señoras católicas con escapulario en mano, algunos familiares míos y un montón de des conocidos. Todos  orando por mi hija.

Algunos meses después la vuelvo a soñar siempre con sus rizos dorados, bailando y diciendo “yo quiero ser bailarina de pop”. La víspera del parto la sueño por última vez. La veo como un feto y no como un bebé, como si no estuviera lista para nacer.

Y así es. Cuando llega al mundo la siento llorar y pienso que es la música más hermosa del mundo. Una enfermera me la muestra por unos 4 segundos y se la lleva. Una vez en la habitación del hospital a las otras mamás les traen a sus hijos recién nacidos y a mi no. Cuando entran la doctora que ayudó al ginecólogo en el parto y el pediatra, me basta mirarlos a los ojos para entender que algo no está bien. Estoy aún bajo el efecto de la anestesia, por eso no me altero, pero comprendo lo complejo de la situación. Veo la pena en la expresión de la doctora que nos explica lo que pasa, veo las lágrimas contenidas en los ojos de mi esposo, mi suegra, mi cuñado y su esposa, veo un pediatra que trata de darnos respuestas, veo angustia y miedo en las personas que me rodean. Trato de des dramatizar ese momento, les digo que no deben llorar porque se les daña el maquillaje y todos ríen, pero luego regresan las caras largas. Les pido que estén tranquilos, que piensen que la bebe estará en las mejores manos, que deben pensar positivo, que la atenderá un medico especialista en su problema…en realidad yo me estoy muriendo por dentro, tengo tanto miedo como los demás de no volverla a ver.

La deben trasferir a un hospital pediatrico en Roma o en Napoli, donde encuentren un puesto libre y debe ser operada de inmediato. Le pido al cielo que la lleven a Napoli, es menos lejos. Luego le digo unas mil veces a mi esposo que le tome muchas fotos a la bebe para que la podamos reconocer, no sea que nos la cambien o nos la roben o por si simplemente no la vuelvo a ver.

Mientras los doctores del hospital pediàtrico visitan a mi hija, evalúan su caso y reservan la sala de cirugía, fuera en el corredor  Marcello y el hermano se abrazan y lloran. La cuñada de Marcello y mi suegra se quedan conmigo en la clínica donde di a luz. Cuando llaman de Colombia con ese amor, esa alegría y esa ilusión, les doy la mala noticia y una vez más hago lo posible por tranquilizarlos. A mi mamá le pido dos cosas: que pongan la mente positiva, necesito que nos envíen energía positiva y que no hablen de mi hija con frases como “ay pobrecita”, pues ella no necesita de la lastima de nadie, además por fortuna tiene acceso a los servicios médicos y a los especialistas que trataran de mejorar su condición actual.

Apenas termino de hablar con mi mamá, pasa una cosa extraordinaria: visto que tengo familiares y amigos regados por medio mundo y practicantes de distintos credos, en un modo espontáneo y durante todo el tiempo que Juanita está en el hospital se genera una cadena de amor y de oración en distintas lenguas, desde distintas religiones y prácticas espirituales, así como en la imagen que se me había presentado meses atrás mientras meditaba. Y así como en esa ensoñación, padre e hija quedan solos en la barca de frente al dilema de la vida y la muerte durante la primera semana de Juanita en el mundo. Cada día Marcello, cuando va a visitarla le canta su canción “buenos días Juanita cómo estás? “   

La cesaría aún me duele, pero no soporto un día más sin conocer a mi hija, así que me preparo para el gran día.  Antes de entrar a cuidados intensivos nos ponemos bata y gorro de esos de doctor y nos tenemos más que lavar, desinfectar las manos. Cuando entramos, el corazón me late fuerte. La bebe más linda de toda la sala es la nuestra. Es diminuta porque nació prematura, cada pierna es delgada como el dedo pulgar de Marcello, es mona, blanca y tiene los pies tan largos  que me hace pensar al número 40 que calza la tía.

Marcello sirve de intermediario. 

M- Juanita, mira quien vino a visitarte. Es tu mamá.

Ella lo mira fijo. Luego me mira a mi parada del otro lado de la incubadora. Me mira como cuando uno ve a alguien en la calle y piensa “quién es que ès éste? de dónde lo conozco?”. A un cierto punto cae en cuenta de quien soy y se le ilumina la mirada. Esa mirada la tengo grabada en la memoria y en el corazón. La canción Hijo de la agrupación Los Cafres, describe lo significativo de cada encuentro con nuestra hija:

“Tus ojitos al querer brillan como la miel
Sentir tus manitos sobre mi
Vivir tu dulce inocencia me duele tanto querer
Espero cada día por ver esa sonrisa

El presente es abrazarte y que nada te falte
Tu alegría es la vida en este instante
Que no pare y que te abrase llenaste mi ser
Que tus ganas inocentes que ahora quiero ver
Son lugares de placer
Hoy la vida es jugar, amarte sin parar
Hoy la vida es inventar cada día una alegría y nada mas

Ahora se lo bueno que fue soñarte
Y ahora se lo hermoso que es cuidarte
Ahora se lo bueno que fue soñarte
Y ahora se lo hermoso que es cuidarte

Quiero tu luz sanadora”. 















La hora de visita pasa en 5 minutos. No vemos la hora de que llegue mañana para volverla a ver, para cantarle su canción, para decirle cuánto la amamos, para hablarle de su familia, para recordarle que la estamos esperando en la casa (porque la casa está vacía sin ella). Esta ancia del mañana nos dura los dos meses que ella está en el hospital. Marcello llora todos los días, mientras yo trato de mantenerme fuerte para él y para ella. No siempre es fácil, porque en el fondo siento que me robaron un pedazo de maternidad: no pujé para traerla al mundo, no la tome entre mis brazos ni le di pecho el día que nació, no la acompañe el día de la operación…tuve que esperar una semana para conocerla y un mes para cargarla por primera vez, no la pude amamantar…

Cada noche pensábamos si estará bien, si llora y nadie le para bolas, si duerme, si tiene hambre, si se complica su cuadro médico, si se siente sola…la buena energía de las oraciones nos llega y nos recarga para enfrentar cada hoy, para llegar al hospital con una sonrisa, con vitalidad, con esperanzas. Mi tía Leticia de casi 90 años, le encomienda al Niño Jesús nuestra hija. Mi papá que murió cuando yo tenia 2 años, se me presenta al lado de la incubadora de Juanita. La cadena de amor y oración cada vez es más fuerte. 

La familia de Marcello nos espera cada tarde en la casa de mis suegros para saber cómo está Juanita y ver las fotos que cada tanto le hacemos. En el pueblo que vivimos todos están pendientes de la salud de nuestra hija y de su llegada a la casa. La familia colombiana regada por el mundo se llena de amor, solidaridad y unión: Sí, Juanita es la disculpa  para comunicarnos, para restablecer vínculos, para fortalecer relaciones, para fomentar el amor entre nosotros.

La estadía en el hospital tiene sus alti bajos. Los médicos nos dicen a todos los papás una cosa muy cierta: “no les vamos a decir que sus hijos están bien, porque si estaban bien no estaban en el hospital. Pero les podemos decir si mejoran o empeoran”.  Cada mejoría es una alegría compartida y cada problema es un dolor compartido con todos los padres que tienen sus bebes en cuidados intensivos, como si de algún modo los niños se volvieran hijos de todos.

El día que nos informan que le darán de alta, sin importarme donde estoy ni quien me mira, yo salto, bailo, grito, río, abrazo. La sobrina de Marcello que tiene unos 9 años le hace un cartel de bienvenida y le decora la casa con globos. Desde entonces han pasado 2 años y medio con la canción Juanita Bonita como banda sonora. Dos años en los cuales, periódicamente nuestra hija ha continuado a hacerse controles médicos 

Y si bien, esta experiencia hará siempre parte de su vida, ahora afrontamos este proceso con mayor conocimiento y tranquilidad. Juanita por su parte, está disfrutando otra importante aventura: está esperando un hermanito. Así como yo le leí, le canté y le conté cómo era el mundo cuando vivía en mi pancita; ahora ella en forma espontánea, amorosa y alegre hace lo mismo con su fratello. Comparte con él su particular modo de ver el mundo y lo hace participar en sus experiencias de vida. 

Tendría tanto para contarles de Juanita con sus gracias, su ingenio, sus ocurrencias…sin embargo me limito ha decir que la historia de Juanita nos ha dejado a todos los que la conocemos una enseñanza a nivel ortográfico. Ustedes se preguntarán qué tiene que ver la ortografía con lo que les acabo de contar. Pues muy sencillo, esta vivencia nos enseña que AMOR se escribe con JOTA.

Hanna Lucida
16 octubre 2015